17/04/2011
EPIGRAFE TOMBALE DI UN CAPUT PENIS
Marito infedele, padre spergiuro e presidente puttaniere, sedicente statista d’infima tacca, affarista spregiudicato, impunito imputato, miserabile patentato involgarito da una ricchezza ostentata con spudorata arroganza, scese in campo per cancellare l’Uguaglianza e finì per trasformare un’aula sordida e grigia in un miserevole bivacco per i suoi manipoli.
Politico degenere, cambiò al banco dei pegni dei diritti negati la res publica in res privata e sulla piazza di loschi affari incassò conflittuali interessi da usuraio senza che alcuno gli chiedesse il redde rationem.
Satrapo affetto da satiriasi senile, s’infognò nel suo delirio di onnipotenza, commissionò pluriamae leges ad personam et pro domo sua ad una torma di squallidi e zelanti manutengoli che ebbero perfino l’ardire di accreditare la menzogna sol perché così volle il loro signore e padrone il quale non a caso amava circondarsi di servi, mezzani, cortigiane e puttane.
Gretto riformista, ipocrita ed egoista, prevaricò il Bene Pubblico, distrusse lo Stato di Diritto e la Pubblica Istruzione, da saccente analfabeta promosse la privata ignoranza e dall’alto della sua inindagabile ricchezza fece del meretricio la sua ragion d’essere dando a tutto e a tutti il prezzo della corruzione.
Novello eversore, infettò i gangli vitali dello Stato intaccando il sistema costituzionale, instaurò la dittatura della maggioranza abusando di un potere usurpato in forza di un porcellum che lo rese ancora più porco di tutti in quella fattoria degli animali dove il regime mediatico esalò i suoi mefitici afrori con estremo sollazzo di certe vacche che affollarono notissimi lupanari dove gli allupati castroni, forse presaghi dell’imminente sciagura, si unirono al coro funesto delle prefiche troie intonando quell’inno scolpito sul marmo dell’umana insipienza il cui suono ancora riecheggia sull’erettile cippo tombale che fu: “Eri glande, glande, glande; come te eri glande solamente tu!”
11:50
Scritto da: lasterisco
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01/03/2011
IN FORMA DI LETTERA APERTA

Mi chiedo cos'altro deve ancora succedere prima che certi eminenti burattinai recidano i fili che li legano ai loro onorevoli burattini concedendo a molti di loro perfino il beneficio di strappare il copione concordato e di recitare ad libitum non prima di aver indossato quella maschera che si chiana ipocrisia il cui etimo ben evidenzia un interesse di facciata che rende tutti loro così simili ai sepolcri imbiancati di evangelica memoria.
Conosco molto bene il modus operandi del clericalume imperante e so quanta e quale influenza eserciti sul fariseume trionfante, non dovrei stupirmi più di tanto per tale nefasto ascendente, eppure fatico a rassegnarmi all'idea di una chiesa non più ecclesia, ma cupola, camarilla, centro di potere e comitato d'affari. Quel che di marcio accade, avviene col beneplacito dei pupari in...tonacati, falsi e corrotti tanto quanto certi pupi che, partiti per la tangente, vanno ora per la maggiore o forse si illudono che così sia, si peritano perciò di essere bigotti e accondiscendenti fino alla sciocca piaggeria proprio perché sanno che un provvidenziale colpo di forbici può sempre tagliare quel filo doppio che lega gli uni agli altri in un perverso disegno che la Storia ogni tanto intesse intorno a papi che pensano di essere anche ostetrici e ginecologi (l'aborto terapeutico non esiste, ipse dixit herr ratzinger) e a sedicenti statisti d'infima tacca i quali più che promuovere il Bene Comune e inculcare il senso civico a cittadini ridotti a sudditi, passano il loro tempo a inculare, pardon, a infinocchiare un popolo bue e credulone, a servirsi dello Stato per distruggere la Res Publica, a coltivare i propri sporchi interessi e promuovere quella beata ignoranza grazie alla quale c'è sempre qualcuno che si arroga il diritto di pensare per conto terzi.
L'attualità italica da qualche tempo è sempre incinta, come la proverbiale mamma dei cretini che invece di abortire eliminando certe notissime tare genetiche connaturate al suo essere un ibrido teocratico coltivato in vitro dall'eversore di turno, partorisce una politica mostruosa ed eversiva certo degna dei vizzi lombi di cotanti padri e delle conseguenti torme di minus habentes incapaci di discernere il grano dal loglio.
L'aberrante frutto di una copula contro natura, direbbe il mio vecchio Prof di filosofia pensando al rapporto che in Italia lega indissolubilmente il trono e l'altare, una perversione nata nel momento in cui i preti hanno rubato a Dio quel che era di Dio sottraendo a Cesare perfino il diritto di esercitare il potere temporale senza avere sul collo il fiato mefitico di una gerarchia ecclesiastica deviata che ogni giorno di più si dimostra lontana dall'ideale evangelico e diabolicamente collusa con quanto di peggio possa esprimere una società preda dei peggiori istinti in cui a prevalere sono il falso perbenismo e gli interessi di parte, diventando essa stessa fautrice di una mutazione antropologica e culturale, oltre che religiosa, i cui deleteri effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Mi domando l'origine di tale indulgente complicità e, pur conoscendone la risposta, rifiuto di rispondere quasi che la verità potesse rendermi veramente libero e non più prigioniero di una morale dogmatica che relega e rimanda nell'escatologia degli ideali traditi, salvo giustificare l'indifendibile comportamento del potente di turno verso il quale hic et nunc si mostra acquiescente e contestualizza la sua immoralità pregustandone il tornaconto ed evitando soprattutto di rivolgersi al novello tetrarca esclamando "Non ti è lecito!"
Era da tanto che volevo scrivervi, reverendi padri delle mie rotanti sfere, e ho evitato finora di farlo nella vana speranza di poter esser ancora fiero di professarmi "cattolico, apostolico e romano".
Ma non sono più niente di tutto questo! Forse è un bene, tuttavia per colpa vostra non vado più in chiesa, per colpa vostra sono diventato figlio della miscredenza e del dubbio, per colpa vostra non mi accosto più ai sacramenti e dubito che potrò farlo ancora, specie al pensiero di essere diventato anche anticlericale; ma non certo ateo, avendo dalla mia un intimo bisogno di Dio che mi porta, come il Poeta, ad affermare: "Ovunque il guardo giro, Immenso Dio ti vedo"! Faccio mio il tormento di Dostoevskji: "Quali terribili sofferenze mi é costata, e mi costa tuttora, questa sete di credere, che tanto più fortemente si fa sentire nella mia anima quanto più forti mi appaiono gli argomenti contrari."
Dovreste solo tremare all'idea che voi, reverendi padri, per quelli come me ormai fate parte, purtroppo a pieno titolo, degli argomenti contrari. Sputate sentenze, vi rotolate come porci nello sterco del diavolo, volete avere il monopolio sullo spaccio dei valori non negoziabili e intanto lucrate sia sulla nascita che sulla fine della vita dei vostri adepti. Perché è di questo che si tratta: lucro, nient'altro che vile pecunia!
Forse bisognerebbe mettere insieme gli scritti di Guglielmo da Ockham, Caterina da Siena e Martin Lutero per cercare di dar voce ad un disagio interiore, da sempre talmente comune ed evidente nella comunità ecclesiale, mai così lontana dalla gerarchia clericale, dinanzi al quale disagio perfino il cammello di evangelica memoria s'imbizzarrisce rifiutando di attraversare la cruna di un ago che la vostra incoerenza ha allargato a dismisura facendovi ipocriti servi di due padroni.
Mi domando se Dio e mammona possano convivere nei cosiddetti sacri palazzi apostoli, mi chiedo se il giovane ricco possa ancora abbracciare la sua croce e servire quel Prossimo dal quale ogni giorno vi allontana un modus vivendi da sfacciati e ricchi epuloni, in stridente contrasto col dettato evangelico e così complici di un potere temporale da Cristo stesso avversato, fino a indurvi ogni giorno a confondere Dio e Cesare, facendoli vostri sgabelli per usurpare il trono e l'altare, a tradire soprattutto la Buona Novella e a crocifiggere il Lazzaro di sempre raccontandogli la storiella di un Regno dei Cieli ad uso e consumo di un potere falsamente spirituale esercitato raschiando il barile di un depositum fidei del quale i più lungimiranti fra voi iniziano a vedere il fondo.
Forse è bene che tutto questo accada, d'altronde voi siete la più evidente manifestazione di quel Mysterium iniquitatis di cui Paolo ha scritto (2 Ts 2,7) e sul quale la chiesa col suo insegnamento "dottrinario" (oserei dire) ha sempre taciuto. Proprio perché è nella chiesa che il male s'annida, riconoscerlo sarebbe come schiudere le uova di un serpente covate nel luogo dei falsi trionfi dal "dogma del fallimento del cristianesimo nella storia del mondo" come ebbe a scrivere il compianto Sergio Quinzio.
Dovreste andare a Canossa e, invertendo i ruoli, fare il percorso inverso che ogni giorno vi porta a bussare a denari, reclamando prebende e privilegi, a scendere a compromessi tradendo quel Cristo di cui è impossibile che voi possiate essere degli "alter" essendo voi intimamente tutt'altro e lontanissimi dal Gesù di Nazareth.
Mi chiedo se fra un impegno politico e l'altro, trovate ancora il tempo di recitare il Breviario o il Santo Rosario o, magari di celebrare Messa pensando che in fondo, come scrive Nietzsche, è esistito un solo Cristiano ed è morto sulla Croce. Come potere pensare di essere credibili se i primi ad essere in debito con quel che predicate siete proprio voi che razzolate male? Dovreste riscoprire le origini e la bellezza di un messaggio che la vostra incoerenza ha snaturato fino a renderlo palesemente falso, è la vostra stessa condotta di vita a dimostrarlo poiché "è dal frutto che riconoscerete l'albero".
Che Dio abbia pietà di voi, che quel Cristo di cui abusate fino a servirvene quasi fosse un'ideologia politica e un prodotto commerciale, possa un giorno chiedervi il redde rationem senza "contestualizzare" il mercimonio che del Suo Nome fate con il ricco epulone di sempre, l'attuale si chiama forse silvio?
Per parte mia non posso che parlar chiaro (vi dice niente la parresia?) e biasimarvi fino al punto da scrivere un post in forma di lettera aperta che forse non leggerete mai.
16:40
Scritto da: lasterisco
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11/02/2011
E VOI PERCHE' GLI AVETE CREDUTO?


Non c'è limite al peggio, verrebbe da dire, eppure c'è chi palesa con penosa soddisfazione una patologica assuefazione all'attuale regressione comportamentale manifestando una sguaiata insofferenza verso ogni tentativo di arrestare una mutazione antropologica e culturale ormai irreversibile.
D'altronde non ci si può attendere altro da una torma di scherani e pennivendoli in servizio permanente effettivo, invasati fino al punto da negare l'evidenza e incapaci perfino di provare vergogna non già per le malefatte del loro signore e padrone, quanto per l'infimo grado raggiunto dal servilismo più spregevole, meritevole solo di essere biasimato e ricacciato nella spazzatura della Storia insieme a certi rifiuti altamente inquinanti che costituiscono un pericolo per ogni sistema democratico.
Non è più in gioco la morale o l'etica, quanto l'ordinamento democratico e l'esistenza stessa di Principi basilari sui quali trova fondamento uno Stato che, forse proprio perché participio passato del verso essere, è stato, per l'appunto, Patria del Diritto, divenuto nel frattempo patria di un dritto che pensa di poter fare i propri porci comodi, forte di un'indagabile ricchezza, con la pavida acquiescenza di un popolo sempre più bue, incapace di alzare la testa, sempre più ammansito e obnubilato da un regime mediatico che vorrebbe apparire perfino democratico e liberale, salvo manifestare il suo vero volto dispotico allorquando la corruzione evidenzia l'avanzato stato di decomposizione di certi sepolcri imbiancati che hanno fatto dell'ipocrisia la loro ragion d'essere. Qualche anima bella trova anche il tempo di meravigliarsi per questo stato di cose, dimenticando che ciò accade proprio perché il fariseume imperante è il braccio armato del clericalume trionfante, uno sciagurato disposto che, tanto per rimestare nella melma in cui sguazzano sovrani i vari caimani, rende gli uni pedofili e gli altri puttanieri. Un'immagine tutt'altro che metaforica di una realtà che solo i furbi patentati e gli orbi prezzolati fingono di non vedere.
E questi trovano anche il tempo di sputare sentenze, di giustificare o di coprire col silenzio complicità e responsabilità che li accomunano, stretti da un pactum sceleris degno più di un'associazione a delinquere che di una società di uomini liberi e forti che dovrebbe avere ben altre regole di civile convivenza. Non è più tempo di indignarsi restandosene al chiuso delle proprie torri eburnee, bisogna reagire manifestando il proprio dissenso, riempiendo democraticamente le piazze, così come ci stanno insegnando i Popoli di un Mediterraneo in fiamme, stanchi di assistere impotenti al perpetuarsi del malaffare codificato ad uso e consumo di oligarchie, di cricche e potentati, così come peraltro accade in Italia dove la disonestà intellettuale e fattuale issata sul pennone più alto garrisce giuliva e impunita al vento del potere più arrogante e fescennino.
Non è più questione di pruderie o di boudoir, di violazione della privacy o dell'infatuazione di moralisti da strapazzo folgorati sulla via del falso perbenismo nel bordello-italia, quanto della consumazione di reati che, seppure "contestualizzati" dalla solita morale bacchettona clerico-fascista, e ridotti al rango di peccati, sono pur sempre il segno più evidente di un degrado della società che straripa col suo paludato putridume come certe fogne ingorgate dall'immondizia istituzionale sfociando nel mare magnum del conformismo dei bigotti dalla doppia morale.
Il vero scandalo non è dato da un satrapo che si circonda di odalische, prosseneti, ninfe e paraninfe, il vero problema è che gli Italiani (o sarebbe meglio dire gli italioti? Mai crasi sarebbe più indicata, giacché bisognerebbe essere degli idioti per dar credito ad un ciarlatano) trovano le vicende private di un sedicente statista più interessanti delle tremende accuse che lo riguardano: falso in bilancio, evasione fiscale, corruzione, concussione, per tacere di altre ben più gravi e seppure tutte da provare.
Un riccastro sfondato, statista per caso, nonno di cinque nipoti, che va dietro alle ragazzine, costituisce di per sé un pericolo pubblico, anche per l'immagine che suscita e per l'insegnamento (sic) che, forse inconsapevolmente, offre vellicando gli istinti più bassi e pecorecci della società più maschilista e misogina.
Ma è ancora più pericoloso e deleterio un presidente puttaniere che si considera al di sopra della Legge reclamando un'impunità che suona già di condanna giacché se fosse innocente accetterebbe come tutti i comuni mortali di finire sul banco degli imputati e poi, come di certo a quelli come lui accadrebbe, di finire nelle patrie galere invece che nei palazzi del potere cercando ignobilmente il modo di sottrarsi alla Legge commissionando à la carte quel mostruoso corpus giuridico costituito dalle leges ad personam.
Non c'è più spazio per la pavida rassegnazione, bisogna reagire ponendo fine ad una commedia divenuta farsa proprio perché è necessario evitare che diventi tragedia così come vorrebbe un sedicente statista che ha legato il suo miserrimo destino a quello, nobilissimo, di una Nazione intera che non merita di essere rappresentata da siffatta teppaglia. A meno che non si voglia ancora dar credito ad un imbonitore che per salvare se stesso, calpesta ogni Principio e uccide l'Uguaglianza confidando nella corriva benevolenza della sua corte di miracolati, pervicacemente stretti intorno a lui nella salvaguardia di inconfessabili interessi per difendere i quali si cancella la divisione dei Poteri, si abusa dell'esecutivo per piegare il legislativo e rendere inoffensivo il giudiziario. Fa una certa pena vedere "ordinari" professori universitari e legulei cavillosi piegati al rango di servi che hanno dimenticato Platone, Giustiniano e Montesquieu; eppure tutto questo accade in Italia, paese-bue per antonomasia e antica convenzione geografica, dove sembra ancora echeggiare l'interrogativo di sempre: " E voi perché mi avete creduto?"
Mi è capitata fra le mani una pagina del diario di Benedetto Croce, datata 2 dicembre 1943, la riporto con qualche piccola variazione proprio perché a distanza di anni ripropone un antico dilemma: il pagar dazio ad un fascismo perenne che periodicamente riemerge dal passato proprio quando la deriva autoritaria di certi mandriani è tale da ammansire fino all'impotenza la sovranità bovina di un popolo credulone, incapace di affrancarsi dal giogo di un regime mediatico per spegnere il quale è forse illusorio pensare che basta prendere in mano il telecomando (forse l'unico strumento democratico rimasto) per rompere gli stazzi e cambiare canale senza avere poi la forza d'animo di rispondere a quell'interrogativo:
"E voi perché mi avete creduto?"
" Anche a me sovente sale dal petto un impeto contro di lui al pensiero della rovina a cui ha portato l'Italia e della corruttela profonda che lascia nella vita pubblica (...) Ma pure talvolta rifletto che ben potrà darsi il caso che gli storici revisionisti un giorno forse troveranno anche il modo d'esaltarlo. Perciò mentalmente m'indirizzo a loro, colà, in quel futuro mondo che sarà il loro, per avvertirli che lascino stare, che resistano alla seduzione delle tesi paradossali e ingegnose e "brillanti", perché l'uomo, nella sua realtà, era di corta intelligenza, correlativa alla sua radicale deficienza di sensibilità morale, ignorante, di quell'ignoranza sostanziale, che è nel non intendere e non conoscere gli elementari rapporti della vita umana e civile; incapace di autocritica al pari che di scrupoli di coscienza, vanitosissimo, privo di ogni gusto in ogni sua parola o gesto, sempre tra il pacchiano e l'arrogante. Chiamato a rispondere del danno e dell'onta in cui ha gettato l'Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui ci parla Giovanni Villani, il quale così rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: "E voi perché mi avete creduto?".
14:11
Scritto da: lasterisco
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